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Jazz Festival


E’ il quindicesimo anno che a Garana (ex Wolfburg), località montana a circa 35 km da Resita nell’entroterra Rumeno, si svolge un festival internazionale di musica Jazz.
Come ogni anno ha piovuto e come ogni anno, c’erano moltissime persone. Tra gli artisti un terzetto favoloso, senza voler togliere nulla agli altri, Hiromi Uehara al pianoforte (eccezionale!), Anthony Jackson al basso e Simon Phillis alla batteria.
Non so che cosa rende speciale questo posto. Forse perchè per raggiungerlo bisogna percorrere circa trentacinque chilometri di una strada, che se non fosse per il fondo disastrato, sarebbe stupenda. Forse per l’idea che in un posto praticamente sconosciuto, si radunino tra i più importanti musicisti di Jazz di sempre. Forse perchè chi viene qui h mantenuto lo spirito di chi per ascoltare della buona musica, per evadere da qualcosa che sa molto bene non appartenergli, accetta la pioggia, il freddo ed i disagi di una notte, o più, in tenda, dato che la maggior parte degli spettatori sono giovani che non possono permettersi il costo di una delle poche camere a disposizione. Sicuramente ci sono migliaia di altri motivi che rendono questo avvenimento e questa località attraenti. Personalmente ritengo che il ricorso al contrasto delle realtà ed al fatto che Garana pochi anni or sono era praticamente disabitato e che, con non eguale fortuna, altri paesi-villaggi che gravitano nel circondario non sono riusciti a riemergere e che, anzi , hanno ceduto il passo alla foresta com’è accaduto a Liendenfeld, tutto questo rende un fascino che si lascia respirare alimentando fantasie ed immaginazione, condita da un’aria purissima e da splendide note, almeno per tre giorni ogni anno. Inoltre, per me esiste un motivo in più, gli ospiti che ci ricevono, Delia ed Andy, sono l’esempio di coloro i quali, con la magior parte dei loro amici, rendono speciale ogni occasione d’incontro. Quindi tra gulas, spaghetti e le note dei più quotati gruppi musicali del momento, è stato decisamente un weekend d’eccezione.
Non so quanti italiani conoscono questo eventoe, così quanti conoscono le centinaia di “rughe”, feste popolari, che vengono svolte nei vari villaggi e paesi rumeni da tempo immemorabile. Una volta tanto è giusto non biasimare e criticare e basta, ma cogliere aspetti culturali che non hanno a che vedere nulla con le truffe ed il mal costume.
Gianluca Testa

sessanta per cento!


La notizia in Romania ha fatto parlare i giornali per qualche giorno, non più di un paio.

Il fatto è che solo il 40% degli esaminandi per la maturità scolastica, hanno superato le prove d’esame. Questo significa che il SESSANTA per cento (60%) degli alunni NON E’ stato promosso. La notizia della notizia è che la maggior parte di questi è stata colta mentre copiava e che le traccie da copiare sembra siano state preparate dagli estessi esaminatori! Il seguito della notizia è che moltissimi di questo volume infinito di inqualificabili, sono stati difesi dai loro genitori che, in virtù del fatto che per ottenere le copie dei temi da copiare hanno pagato i professori, hanno pure fatto ricorso.

Tra lo sfacelo del sistema, iniziando dallo Stato che conoscendo e accettando le “mal practice” degli insegnanti che “giustificati” da salari ridicoli cercano il conforto nelle lezioni private date agli stessi loro alunni, i quali se non partecipano alle lezioni private non potranno ambire ad ottenere i voti che serviranno per poter accedere ai licei migliori ed alle facoltà migliori (migliori per cosa?), dato che in Romania c’è lo sbarramento basato sulla media dei voti e finendo con i genitori che credono davvero che l’importante sia il “diploma” in quanto pezzo di carta, tanto i soldi si fanno in un altro modo, quello che accade è un terribile appiattimento al basso della cultura e dei principi che da essa sono generati.

Da imprenditore mi sono moltissime volte trovato a dover selezionare del personale specialistico, dei professionisti in erba, diciamo. Dopo i primi cento casi, non ho più nemmeno chiesto se i candidatiavessero o no ottenuto un qualche diploma o laurea, dato che questo fattore non costituiva in nessun modo nessun vantaggio rispetto coloro i quali non ne avevano ottenuti.

Questi vent’anni dal dopo rivoluzione hanno impoverito culturalmente e moralmente questo Paese, in una maniera talmente profonda da inquinare tutti i più profondi gangli del tessuto sociale. Tutto questo rende incredibilmente difficile anche la semplice formulazione di una qualunque ipotesi di come poter procedere per trovare una soluzione, che, nel migliore delle ipotesi, avrebbe bisogno di almeno altri vent’anni per mostrare i risultati.

MA quale politico, che attualmente basa il suo futuro sulla brevità delle sue azioni che in nessun motivo possono superare i due anni visto che i successivi due devono essere votati alla raccolta del nuovo consenso in vista delle elezioni e della tanto sperata rielezione, avrebbe il coraggio di intraprendere un cammino che di populista non avrenne proprio nulla? Non credo che lo farebbe nessuno, almeno fino a quando il sistema democratico che conosciamo sarà basato sulle regole di controllo e di verifica che stiamo utilizzando (male).

Chiudo con una domanda che sicuramente sarà considerata stupida, ma che razza di genitore può ritenere che agire in questo modo possa aiutare il proprio figlio a diventare una donna, un uomo, capace di cavarsela da solo nella vita?

Se il modello il genitore che compra l’esame, il professore che lo vende, l’esaminatore che ti consegna la copia della soluzione del problema d’esame, i colleghi che hanno esattamente la stessa soluzione, lo Stato che paga stipendi da fame “tanto i professori guadagnano in nero dalle lezioni private che non potrebbero fare”, che tipo di prodotto risulterà domani? Che tipo di classe dirigente, di insegnanti, genitori, imprenditori, operai avremo?

Gianluca Testa

 

Tradizioni


E’ quasi Pasqua 2011. Non ho mai capito, capito nel vero senso del verbo, com’e’ che in un mondo dove tutto accade in un preciso istante, seguito da un infinito numero di istanti, l’evento cristiano della Pasqua accade sempre in un momento diverso. Non me ne vogliano i credenti, tanto più i ferventi cattolici, ma tra scandali e dogmi m’ difficile arginare la mia diffidenza al cospetto di avvenimenti raccontati, filtrati e resi dogmatici, da altri uomini che per secoli hanno sterminato loro simili per permettersi una continuità secolare di privilegi e di potere praticamente assoluto.
Anche se il tutto si riassume in una mera questione economica, non posso, però, constatare e confermare che tra queste persone e tra questi atti, ci sono stati e ci saranno, avvenimenti che, religione a parte, se non per il fatto che ad essa sono stati dedicati, molti hanni commesso atti di tale e tanto valore morale, etico oltre che umano da lasciare esterefatti. Ci sono uomini che si sono e si stanno sacrificando, almeno secondo la nostra accezzione di sacrificio, per aiutare altri uomini a sopportare le loro sofferenze, per alleviare le loro pene, molte volte non causate da loro stessi, ma eraditate per un incomprensibile principio causale e casuale.
Va a tutti questi uomini ed ai loro protetti, a prescindere dalla loro razza, credo, sesso, età e cultura, il mio e credo il vostro, incommensurato augurio che questi giorni a venere, come quelli che ne succederanno, siano il più sereni possibile.
Gianluca Testa


Non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a farle nello stesso modo. La crisi è la miglior cosa che possa accadere a persone e interi paesi, perché è proprio la crisi a portare il progresso.La creatività nasce dall’ansia, come il giorno nasce dalla notte oscura. E‘ nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce le sue sconfitte e i suoi errori alla crisi, violenta il proprio talento e rispetta più i problemi che le soluzioni.La vera crisi è la crisi dell’incompetenza. Lo sbaglio delle persone e dei paesi è la pigrizia nel trovare soluzioni.Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è routine, una lenta agonia. Senza crisi non ci sono meriti. E‘ nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora perché senza crisi qualsiasi vento è una carezza. Parlare di crisi è creare movimento; adagiarsi su di essa vuol dire esaltare il conformismo. Invece di questo, lavoriamo duro!L’unica crisi minacciosa è la tragedia di non voler lottare per superarla.”

Leader sindacale.


Qualche volta, anzi sempre più spesso, mi chiedo se le persone che urlano le loro idee come assolute e fondamentali, credano veramente in esse e siano disposti a lottare per quello che più di un’idea diventa, piano piano, un vero e proprio ideale. A proposito di questo ricordo una discussione, avvenuta qualche settimana or sono, con uno dei capi regionali di un sindacato rumeno, che si definisce “potente”, al proposito delle, allora, previste, oggi, attuali, modifiche al codice del lavoro rumeno. A prescindere sulle considerazioni sul termine “potente”, ricordo che l’impressione che ebbi nell’ascoltare le idee e le motivazioni che quel signore mi stava animatamente esponendo, era oscillante tra il divertito ed il commiserevole. Divertito per il fatto che le sue esposizioni si sostenevano solamente grazie a degli anacronistici postulati, commiserevole per il fatto che, ammesso che fosse completamente in buona fede, cosa di cui oggi inizio fortemente a dubitare, generavano un entusiasmo che, lapalissianamente, lo avrebbe velocemente portato verso una delusione. Da lì a pochi giorni, le organizzazioni sindacali rumene si sarebbero incontrate per una “esemplare” manifestazione che avrebbe portato la voce del popolo, sarebbe meglio dire, la loro voce, contro la volontà manifestata del Governo in carica, di modificare il Codice del Lavoro. Queste manifestazioni, visto che erano previste, a detta del mio interlocutore, diverse azioni, prevedevano anche una stupida attività che avrebbe dovuto prevedere una sorta di sit-in davanti l’Ambasciata Americana a Bucarest con annesso rituale, di puro stampo islamico, culminante con la distruzione delle bandiere americane con le fiamme. La motivazione datami dal mio interlocutore si basava sul fatto, qui confesso che ho riso, gli “americani sono la fonte di tutti i guai”, ivi compresa la pressione esercitata sul Governo rumeno al fine di indurli a chiedere le fiducia per modificare il codice del lavoro. La mia commiserazione è stata confermata quando, alla sera delle annunciate manifestazioni, dopo che il Parlamento aveva confermato la fiducia al Governo, o per essere precisi, aveva respinto la mozione di sfiducia contro il Governo e confermato la fiducia sul decreto che modifica il codice del lavoro (qui un decreto legge ha il potere di modificare e di annullare anche completamente una legge emanata dalle camere, senza che nessuno muova eccezioni di incostituzionalità di fondo), le folle oceaniche di sindacalisti e di lavoratori non erano per nulla folle, bensì poche centinaia di attivisti, comandati dai loro capi, assenti, a presidiare i luoghi prescelti, senza che nessuno, finalmente un po’ di buon senso, desse atto ai propositi “islamici” che il mio interlocutore si vantava essere la madre di tutte le azioni “per smuovere l’opinione pubblica e cacciare l’oppressore dal territorio rumeno”.A prescindere dalla necessità che questa Nazione aveva di modificare le regole più che comuniste che avevano generato il codice del Lavoro, la legge 54 del 2993, motivo per il quale, sono convinto, molte aziende con un minimo di pianificazione e di programmazione strategica, abbiano considerato un punto fortemente a sfavore di un potenziale investimento in Romania, sono sempre più convinto che tutte le cose, ivi comprese queste organizzazioni sindacali, così come sono concepite, così come sono condotte e gestite – la maggior parte dei loro leaders o sono stati inquisiti o sono oggetto di pesanti indagini sia giudiziarie che giornalistiche a causa degli averi accumulati dai loro granitici mandati di comando – sia ormai obsolete ed inutili. Anche rischiando di essere frainteso, credo che, benché la figura dei sindacati abbiano svolto il loro fondamentale ruolo nel cammino della libertà democratica, quello in cui si sono trasformati alcuni di questi, e non solo in Romania, non sono altro che un maldestro e spesso ridicolo esempio di come pochi tentino di irretire i tanti, al fine di mantenersi un posto al sole. Tentativi che non disdegnano di fare proseliti anche difendendo l’indifendibile, anche sostenendo tesi di provati imbroglioni che per il solo fatto di aderire all’organizzazione sindacale di turno, devono essere “aiutati”, non capendo che in questa maniera, la massa, quella che veramente lavora, non faccia altro che allontanarsi inesorabilmente dalla radice dell’dea dalla quale è nato il Sindacato, quale Istituzione. Anche se esitono le dovute eccezioni, alcune decisamente eccellenti, ma che sono eccezioni di persone, non di organizzazioni mi chiedo se non c’è veramente nulla di nuovo sotto il sole?Gianluca Testa

ŞTEFAN CĂLĂRĂŞANU


Alain Leduc
<strong>ŞTEFAN CĂLĂRĂŞANU ovvero l’infinita molteplicità della variazione delle forme</strong>
Dall’inizio del cammino, diciamolo un’autonomia lineare dell’arte non esiste, non esiste arte senza radici. È inutile se releghiamo la realtà e la funzione sociale nei confini dell’arte, con il fallace pretesto della sua autonomia. Nulla è in nessun momento autonomo, ed io ho qualcosa da ridire contro l’estetica, contro tutte queste teorie neo hengheliane o neo fenomenologiche del “sensibile”, le quali si sono affermate negli ultimi anni approfittando dei “benefici” della crisi. Queste non si rapportano all’arte, alla genesi delle forme, se non da un punto di vista “superiore”,  non curandosi del contenuto delle opere in favore di un approccio idealista il quale si astrae dal processo di creazione.Nessuna forma, assolutamente nessuna, è neutra. E quelle che vengono plasmate, in legno, in bronzo, in pietra oppure in cuoio, in Timisoara, al margine del Banato, dall’amico mio, lo scultore Ştefan Călărăşanu, sono in una profonda osmosi con il luogo e con il tempo nelle quali sono concepite. Qui, nell’ottica di questa cultura del combinare tra di loro diversi spiriti, alla quale sono così affezionato – quella di un Walter Benjamin, di un Robert Musil, di un Joseph Roth, per riferirmi a tre letterati – , e tra questi edifici di stile barocco o „JugenStil”, il cui stile evidentemente preponderante: nelle finestre, come nei balconi con impressa l’impronta di un’architettura-colesterolo, qui lo scultore ha il suo dominio, consolidando giorno dopo giorno le fondazioni.Il travaglio, per lui, primeggia. „sono il mio stesso lavorante”, egli ripete. Diamogli, da qui in avanti, la parola, cosicché: „le idee si generano dal lavorante che in me alberga. Con l’aiuto di un mezzo, con l’aiuto di qualcosa tecnico. Non dall’aiuto di una qualsiasi estetica. Esiste un singolar tenzone di idee, un bisticcio di parole. Io, con le parole, non approdo ad un dialogo. Le idee ufficiali sono tali e quali ad una galera. La parola non conformista è arrivata ad essere, oggi, un prigioniero, quando io, solo, vivo come se fossi una fisarmonica.”Egitto, con le belle piramidi, la Germania di Richier, di  Luis Buñuel, di Clément Ader;  lo scultore giapponese-americano Noguchi, come Calder oppure Chillida; Anthoni Caro, Brâncuşi – beninteso! Ho conversato in completa tranquillità, serenità. Una conversazione, se volete, aperitivo, arricchita di gustosi antipasti…Lo studio dello scultore è costituito dalla farina di polveri sottili, da morse, da dischi abrasivi, da motoseghe, da catene e da carrucole. Da resti di grosse schegge. Da tronchi di noce o di rovere. Ştefan Călărăşanu ha lottato con il guaìaco, il mitico „legno di ferro”, bhe diciamo proprio „legno santo”, il più duro tra tutti i legni, utilizzato, in principal modo, dalla marina commerciale per incapsulare l’elica all’albero motore, oppure, nei tempi andati, per le ruote delle carrucole; recentemente ha trovato nell’andesite, un nuovo rivale.„Amo i materiali tradizionali: legno, pietra, bronzo”, dice l’artista. „i primi due opera della natura, l’ultimo prodotto dell’uomo.”Ştefan parla della „finezza” del legno, della sua estrema „galanteria”. Cito: „il legno è come il cuore dell’uomo: lavora. I materiali che uso sono „assoluti”, sempre, molto seri, molto gravi, molto potenti: un pezzo di pietra è sempre molto più potente, più forte di quanto non lo sia io. Di fronte ad essa, mi sento un animale da circo, che saltella su di una bicicletta indemoniata!Le forme e le idee vengono generate dalla materia, dalla materia stessa.Si, l’addomesticatrice di tigri è lì, nel mezzo dell’arena, con la frusta in una mano. Il legno nasce, muore. Il bronzo contorna la ricchezza. Con il bronzo, si intagliano delle pietre indescrivibilmente dure, come il granito oppure il basalto. Ma la pietra è il materiale eletto.***Gli studenti vengono, attualmente, dal liceo, dall’università,  vengono dall’infinita ignoranza. Non lo dico con cattiveria, al contrario mi sono estremamente cari. La colpa e del sistema scolastico.  Il diplomato, oggi, è un ombrello bucato. Ma da questi fanti analfabeti, fiorisce vuoi un fiore di lillà, un asteracee, un bucaneve.Ştefan (questo non è che un pleonasmo) è un uomo d’arte colto. Ha visto Giotto, ha visto ed ha letto „un geniale artigiano. Generoso, umano”. Ha visto Vasari, l’ha visto ed ha anche letto: „un armiere eccelso, un buon scultore. Un narratore dell’epoca. Un Barometro.” E, senza ombra di dubbio, ha visto, osservato, letto le opere di Michelangelo. „Un capolavoro. Unico. Dopo di lui, non ci sarà nessun altro. Ma Michelangelo non è stato un altruista. E’ un tipo faustico. Dal mio punto di vista, Michelangelo è un operaio. La sua vita è un immenso cantiere.” Ed immediatamente dopo, aggiunge; „Michelangelo è un macellaio. S’insinua nelle viscere della pietra per estrarne l’anima.”E dopo, Rodin, e si capisce, (ritorniamo sempre su Rodin): „il personaggio è straordinario. Non è mai solo, vivendosi la vita come un soggetto sociale. Rodin è come uno «zoccolo». Il suo Balzac? Un uomo gonfiabile: caramelle e cioccolattini! E’ l’ultima scultura umana, eseguita con un cavatappi spirituale, è il Pensatore. Rodin è una fabbrica completa. Esiste un’industria rodiniana.”Ed ancora Bourdelle, che Ştefan Călărăşanu lo qualifica „gigantesco”. „Le statue sono impeccabilmente collocate nello spazio. Possiede una forza enorme e nel contempo un tale temperamento. Un Bourdelle e, sempre, lì, è lì dov’è!” Un lì completamente inalterabile, corrispondente ad un principio dell’evidenza che scriverei, sempre,  in italico, alla maniera di Martin Haidegger. (Si potrebbe continuare in questo modo – e lo faremo in hors-champs. Diversamente, nel caso di Pablo Picasso, lo scultore rumeno disprezza il comportamento “spugna”, astuzia alla Scapin: “un eccellente artista, ma anche un cleptomane senza eguali. Si appropria di tutto quello che trova per strada. Divenendo, con il tempo, dipendente della sua propria mentalità. Sì, Pierro, Giotto, Van Gogh, Gauguin, Max Ernst e – tra parentesi – Picasso)”La comunità degli artisti, quindi. Questa lunga catena di casualità storiche… che si agglutina in un grandioso ammasso.“Non abbiamo lenti per scrutare il passato”, si chiede lo scultore rumeno. “Aztechi, Egiziani, Greci antichi o primi mussulmani ci guardano e ci dicono, interpellandoci: «Voi, lì, chi siete?»”Entrambi condividiamo la certezza che il futuro si  coniuga con il presente per generare il passato!“Siamo sempre schiavi della nostra natura”, decide il mio interlocutore. “Nella nostra vita, nel nostro ambiente, nel profondo dei nostri cuori, ovunque, siamo degli ingenui. «Crisi», che è stata deliberatamente inventata (scrivo deliberatamente la parola tra virgolette, perché non è una naturale, ma generata in laboratorio), da questo deriva l’ingenuità umana. Certamente, siamo presenti nel mondo, ma senza filosofia. Il presente si dilata. Il presente ci ha trasformato. Siamo una società che – e questo è spaventoso! – ha completamente dimenticato il suo passato.”Mentre parliamo del mio libro che sta per essere pubblicato , cadono dal cielo questi sette vocaboli lapidari come un apoftegma:“Preferisco Bernini ad un telefonino cellulare.”Oppure, chi oggi, e non parlo solamente dei miei cari studenti, o dei miei venerabili colleghi, per quanto poco, ha idea de Il Cavaliere Bernini?I soli cavalieri trionfatori in un’epoca materialista come la nostra, sono i cavalieri dell’industria.***Se lo raggiri Ştefan Călărăşanu, piacere del quale, verso la fine di quest’estate, non mi sono privato, all’ombra dell’inguine accogliente di una vite rampicante, nel mentre un gattino rosso vagava, su e giù, sedotto dal profumo della carne arrostita sulla brace e dell’aroma di una soupe de tripes (zuppa di trippa)  – „ciorba de burtă” in rumeno – che secondo me, senza ombra di esagerazione, l’ottava meraviglia del mondo, ti rendi conto che Ştefan possiede un Weltanschauung, cioè una visione globale e corretta del mondo.Un’esibizione: „La lotta tra la linea curva e quella dritta è lontana dall’essere terminata” dichiara senza esitazione. „La disputa delle loro frontiere è una questione senza fine, infinita. Si termina al fine di comprendere il dosaggio, il dialogo tra di loro. Tutti i problemi che si pone l’uomo, sono invenzioni rispetto a quelli che si pongono tra le linee rette e quelle curve. Nella politica, nella diplomazia, nell’arte.”Dalla scultura „mastoidica”, diciamo, praticata nel decorso del suo debutto, s’è evoluto verso un arte  „campanaria” („tintinnabulară” rumeno dal latino tintinnabulum „campana”). Dire che è la stessa cosa, che il rapporto con la femminilità rimarrà invariato – tutti lo capiranno instintivamente. Le campane sono dominanti, oggi, nella scultura di Călărăşanu, come alcune forme che assomigliano ai cilindri di preghiera tibetana, oppure ad alcune boccette, ad alcune caraffe. Ha scolpito, secondo Giacometti o Brâncuşi, una campana che controlla chi si muove. (Penso a Giuguin, che diceva: „Quando le mie scarpe risuonano su questo pavimento di granito, sento un suono sordo, opaco e potente, che ricerco nella pittura.”). La campana è, secondo lui, un personaggio „storico” e „simpatico”. Si spiega meglio: „la campana è un oggetto raro, fisico, ma che può essere tagliato, barbaramente, con la sega. La campana, nella cultura dell’umanità, è la seconda invenzione dopo il fuoco. Dopo il fuoco viene la campana. E’ lei che annuncia la nascita, la guerra, la pace.” Reliquiari, cupole totemiche, una varietà di sfumature, blocchi svuotati, gusci vuoti, scorie: l’etereogeneità è solo apparente, perchè qui non ci sono che concavità ed una dialettica del pieno e del vuoto. Se queste sculture, tutti, tutti questi oggetti, questi splendori si imparentano vuoi con l’arte, vuoi con l’arte decorativa, con delle handcrafts anglosassoni, è perchè la vecchia gerarchia delle classificazioni, dei registri, delle categorie è obsoleta. Anche la separazione, faglia dolorosa, tra la cultura operaia e la cultura popolare, è obsoleta.Ştefan Călărăşanu è dotato di radici e di ali. Ho sempre ammirato, con i miei occhi di francese, esotici, questi segni assomiglianti ad un „v” sovrapposto ad alcune „a”, tre di numero, del proprio suo nome, più le sedi, due, di rigore…. Un cantante popolare francese, Renuad, ha creato questo doppio gioco di parole: ”l’animo è un soffio indeciso, il piede nel peccato cammina sereno.” (traduttore ti chiedo scusa anticipatamente. Te la dovrai sbrigare come potrai, in fondo è il tuo mestiere.)[ndt. In rumeno peccato si scrive pacat e tranquillo impacat, ecco che il gioco di parole è servito.]Ştefan, si vedrà qui di seguito, ammanta i suoi lavori con migliaia, con decine di migliaia di segni, che non sono nè alfabetici, nè pittogrammi. Un „za” con gli occhi piccoli, fitti. „Non sopporto le superfici vuote”, dice. Un regno dei segni oppure un loro verdetto? E’ perchè le sue opere esprimono l’infinita molteplicità delle variazioni formali.Un uomo il quale ha sulle spalle le ali di una rondinella, ed ami da pesca le dita dei piedi, non può che essere un filosofo.Se facciamo una verifica: „amo il candore della frutta, di quella grande, mi sono cari il sole, l’acqua. Desidererei con tutto me stesso essere, diventare uno spirito ottimista. Ma sono un po’ vagabondo, ed allora, driblo, rubacchio. Quando sono arrabbiato, compero scarpe e fiori. Moltissimi fiori.!”
Alain (Georges) Leduc, scrittore, critico d’arte, membro A.I.C.A. (Associazione internazionale dei Critici d’Arte) ed A.I.S.L.F. (Associazione internazionale dei Sociologi di Lingua Francese).

Adattato in lingua Italiana da Gianluca Testa


E’ proprio vero, da qualche parte c’è una giustizia che impéra e governa l’insieme delle cose. Bisogna avere pazienza e sénno per tradurre i  spesso criptici messaggi da essa generati. Per non continuare  il cammino del sottointeso, raccontiamo, a puro titolo d’esempio un’ipotetica situazione che non è accaduta, ma che avrebbe potuto esserlo. Diversi anni fa, insieme ad altre persone, alcune delle quali sono state ritenute per anni serie e preparate, si era deciso di fondare un qualcosa che avesse il titolo e lo statuto per rappresentare una certa cerchia di persone. Coloro i quali si sono prodigati per la costituzione di questa entità, che per comodità chiameremo “Italians”, per lo più avevano intravisto un solo scopo nel perseguire e realizzare l’idea. Altri, la possibilità di accrescere i propri vantaggi personali e ricrearsi una verginità, forse mai avuta. Il Paese in cui questa favoletta si svolge è un Paese che per situazioni diverse non conosce i personaggi in questione, se non per quello che di loro, essi hanno raccontato. Il pubbico, per educazione, fa il suo mestiere, crede o non crede. Alcuni dei Fondatori, grazie sia alle cariche occupate e sia al bagaglio di cultura, esperienza e, soprattutto, educazione, non solo iniziano a dare lustro e credibilità alla “Italians”, ma anche a coloro i quali se ne accodano strada facendo. Si sà, queste attività sono faticose, e se svolte onestamente e per il solo scopo per il quale sono  state costituite, arrecano  solo vantaggi morali, anche se di non poco conto. Si sà pure che, queste attività, possono essere preda di “sciacalli” pronti ad approfittare di quanto costruito, per intersecare i propri interessi personali, con le occasioni fornite dalle opportunità create dall’attività ufficiale. Con l’andare del tempo, Qualcheduno dei primi, si accorge che qualcosa non va come dovrebbe andare. Si guarda in torno e scopre che inizia ad essere circondato da persone ignoranti (nel senso che ignorano), da piccoli truffatori (nel senso che truffano), da ladri (nel senso che rubano), da approfittrici (nel senso che approfittano in maniera bieca e sudicia della buona fede di altri), insomma da una cerchia sempre maggiore di feccia umana. Molta di questa componente, ancora capace di resistere grazie alle posizioni acquisite in seguito ad azioni malavitose o pseudo malavitose perpetrate, di solito, ai danni delle società che, ancora incompresibilmente, si fidano di loro, continua a villantare una credibilità sociale che in condizioni di normalità non potrebbero ambire nemmeno nelle più rosee delle previsioni. Quindi, i Qualcheduno di poc’anzi, dopo un tentativo, umano anche se puerire, di pulire il mondo, si ritirano ed iniziano a coltivare le proprie realtà personali, allontanando il rischio di essere accomunati a cotanta feccia. Purtroppo l’allontanamento è solamente parziale. La radice che, per la maggior parte, li accomuna non può essere azzerata. E’ la stessa radice che accomuna lo strupatore di Roma con il Professore Universitario nato nella stessa nazione. Quindi colti da un ìmpeto di ferito orgoglio, dopo qualche anno di totale dignitoso silenzio, spesso disturbato dai rumori della feccia timorosa che i Qualcheduno possano raccontare della feccia particolari, per costoro spiacevoli, decidono, in principio, di sondare la possibilità di rientrare nel gruppo degli “Italians” per preservare l’immagine del ‘Professore Universitario‘. E qui, quando la storiella che vi sto raccontando potrebbe avere un epilogo da mille ed una notte, dove il buono vince scacciando la zella dall’uscio, avviene l’incredibile, in quanto normale. I Qualcheduno vengono chiamati non graditi proprio dall’allarmata feccia che cerca, così, di escluderli. I Qualcheduno, dopo un primo attimo di leggittima sorpresa, capiscono che di fatto hanno vinto. Capiscono che l’onore dell’essere escluso dal gruppo dei fecciosi, altro non è che il riconoscimento del proprio onore. Altro non serve. Potrebbero anche non più pensare a quanto potrebbero svolgere negli “Italians”, possono svolgere  molto di più non facendone mai più parte. Gianluca Testa

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